• Paolo Narciso

Tra pini, pruni e bambu'....stupori di un (poco) occidentale in Corea.




Giugno 2012, stanno per tornare le piogge, cosi dice la gente qui. Non che li capisca ma la parola jiang ma, pioggia estiva, ricorre cosi' spesso che quindi e'valsa la pena di informarsi... e comprare un ombrello. Non che serva, qui quando piove l'umidita' sale cosi' tanto che sei comunque bagnato dalla testa ai piedi e infatti qui l'ombrello la gente lo usa per ripararsi dal sole e non dalla pioggia. E non e' certo l'unica cosa al contrario che accade...perfino le docce delle terme pubbliche si aprono quando abbassi la leva e si chiudono quando la sollevi. In questo paese che, come unalbero all'ingiu', che affonda le radici nella Cina secolare e prolifera di frutti e fiori nelle terre nipponiche che devono alla Corea gran parte delle tradizioni e delle arti, quasi tutto si rovescia. A partire dal tempo e dallo spazio. Seoul e' una metropoli in continuo movimento, giorno e notte i Coreani, difficile a credersi, corrono perfino di piu' dei Giapponesi e tutto e' organizzato in modo millimetrico. E millimetrico e' un termine fuori di metafora perche', tanto per capirsi, le porte della metro si aprono sempre nello stesso punto e sono indicate da un numero inciso su una piastra di metallo fissata a terra. E cosi' la gente si da appuntamento alle 13.47 alla porta 4-1 della linea 7 fermata di Myeonmok ...e funziona!! Ma, se l'approssimazione sembra, da un lato, essere una eresia insostenibile, dall'altro lato i Coreani hanno una innata propensione al caos. Le case, i negozi, e praticamente ogni luogo chiuso trabocca di un disordine dilagante. Ma non disturba, anzi. Forse e' cosi' che trasuda l'umanita' di un popolo che oltre a funzionare, come fanno gli Svizzeri, vive i luoghi e le relazioni con un calore che non subito si manifesta apertamente ma che quando arriva e' coinvolgente e a volte toccante. Come quest'oggi quando prendendo un caffe' in un bar al centro, un bar talmente piccolo che l'insegna bar sarebbe troppo lunga per star appesa davanti all'entrata, la barista coreana (di cui lascio immaginare le dimensioni) ci ha mostrato tutte le foto nel suo telefonino e poi ci ha immortalato promettendoci solennemente che avrebbe appeso la nostra foto insieme alle tantissime altre che tappezzano l'unico muro disponibile, oppure quando oggi un vecchio calligrafo ci ha sorriso da dietro il suo banchetto dentro ad una delle interminabili stazioni metro di Seul e non ci lasciava piu' andar via inebriandoci di racconti sulle simbologie del Sumu Kwha, la pittura a inchiostro tradizionale...e per un momento il corridoio sotterraneo si e' riempito di pini, bambu', pruni e e' comparso un cielo mitologico con draghi dalle corna di cervo sulle nostre teste....


E' un viaggio appena all'inizio...o forse era gia' iniziato molto tempo fa. Forse questa sensazione di essere a casa che trapassa tutte le differenze che anche un occidentale poco convenzionale come me non puo' non notare e' solo il profumo dell'accoglienza che sentiamo nel cuore quando ci apriamo con vero interesse e stuporea cio' che c'e' nel momento presente...non solo in Corea.

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